Quanto può essere appagante postare una foto e ricevere una miriade di like e commenti? Quanto ci sentiamo belli con quei filtri che ci fanno perdere la nostra essenza? Ma quanto può essere ingenuo abbandonarsi alle avances dei social network? Anche i nostri genitori, tradizionalisti e di un’altra generazione, si immergono con noi in questo universo parallelo e, a cena, ormai anche loro mangiano con il telefono in mano. Altri genitori si lamentano continuamente di questa nostra dipendenza e non si soffermano nemmeno un istante a pensare che, magari, anche la società ha le sue colpe.

Viviamo in una società atroce, violenta e banale; assistiamo ogni giorno, anche se indirettamente, a violenze sulle donne, omicidi, crisi e guerre senza pietà. La popolazione cresce a dismisura, e ogni giorno perdiamo una parte del nostro valore: diventiamo soltanto individui senza nome o rilevanza. Nei social cerchiamo quasi un appiglio e un po’ di consolazione: ci rendiamo ridicoli solo per sembrare interessanti. Come possiamo essere cosi presi da qualcosa che ci fa così male?

La risposta è molto semplice: non ci rendiamo conto del dolore che i social ci procurano, così accecati da arrivare a pensare di meritarcelo, quel dolore, di meritarci quell’afflusso di insicurezze alla vista di persone troppo belle per essere reali. Magari con un naso più proporzionato del nostro, un corpo migliore. Per questo ci impegniamo con tutte le nostre forze per cercare di assomigliare a loro. A ogni passo e cambiamento, però, perdiamo una parte di noi stessi, ciò che ci rende quello che siamo.

Tutte queste domande non hanno bisogno di risposta, perché la conosciamo tutti, la risposta. Fermiamoci un attimo a riflettere: sono davvero queste le cose importanti per noi?

Giulia Bianchi, III L

Collaboratore
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