C’era una volta un uomo di nome Felice. Felice era molto attaccato emotivamente a suo padre: era il suo punto di riferimento. Purtroppo, un giorno il padre di Felice si ammalò gravemente e consegnò al figlio una lettera, facendogli giurare di non leggerla mai. Non aggiunse altro. Poco dopo, il padre morì. Un giorno, Giustina, la moglie di Felice, trovò la lettera e chiese al marito di che cosa si trattasse. Felice le rispose che quella era la lettera che gli aveva dato suo padre prima di morire e disse che non poteva leggerla per via del giuramento che aveva fatto. Giustina dichiarò che, per evitare di infrangere la promessa, avrebbe potuto leggere lei la lettera e raccontargli il contenuto con le sue parole, senza però modificare il messaggio. Felice acconsentì. Giustina aprì delicatamente la busta, tirò fuori la lettera e iniziò a leggere quelle parole. Giustina terminò la lettura, ripose la lettera nella busta e fissò il marito con uno sguardo che Felice non aveva mai visto. Poi posò la busta e disse a Felice che dovevano divorziare. L’uomo, incredulo e furibondo, cercava di immaginare il motivo, ma Giustina, che era sicura di quello che diceva, continuò a ripetere che non poteva stare a casa neanche un minuto di più. Felice, disperato, riempì una valigia con i vestiti per una settimana, nella speranza che Giustina si sarebbe calmata di lì a qualche giorno. Passeggiando per strada, Felice, rimuginando sull’accaduto, si fece scappare qualche borbottio. Un vigile che passava di lì lo sentì e lo fermò. Il vigile chiese a Felice il perchè di un’espressione così cupa; l’uomo rispose che sua moglie, dopo aver letto la lettera che teneva in mano, lo aveva cacciato di casa senza nemmeno spiegargli perché. Il vigile, preso dalla curiosità, chiese se potesse leggere la lettera e Felice, dopo un momento di esitazione, accettò. Il vigile lesse la lettera e la richiuse immediatamente, come preso dal panico, dopodiché guardo felice e gli annunciò la notizia: «Lei deve subito abbandonare lo Stato, mi dispiace». Felice non ebbe nemmeno il tempo per capire, che il vigile lo ammanettò e lo caricò in macchina. Il vigile lo condusse prima in centrale e subito dopo sulla prima nave che partiva per il Brasile. Felice, ormai disperato, si mise sul ponte della nave a piangere e sperare che tutto questo fosse un sogno. Ma proprio in quel momento arrivò il capitano della nave che, a petto gonfio e con aria decisa, chiese a Felice che cosa non andasse. Felice gli disse che da quando suo padre gli aveva dato quella lettera senza concedergli il permesso di leggerla la sua vita era andata a rotoli. Il capitano allora, molto dispiaciuto, gli prese la lettera e gli chiese se poteva leggerla. Felice, dopo tutto quello che gli era successo, era impaurito dalla reazione del capitano, ma la disperazione e il fatto che ormai non avesse più nullla da perdere lo portarono ad accettare. Il capitano lesse la lettera e poi la ripose; guardò Felice, guardò la costa ormai ridotta a un alone, ed esclamò: « Signore, mi dispiace, ma deve abbandonare la nave». Il capitano fece immediatamente preparare un piccolo gommone e spedì Felice verso una fine orrenda. Felice, solo, senza più una famiglia, una casa, una nazione e nemmeno più la possibilita di ricominciare, decise di aprire la lettera. Cominciò a leggere: «Felice ti volevo dire che…», ma proprio in quel momento il vento prese la lettera e la portò via.

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