«Forse tutta questa igiene di non sperare è un po’ ridicola. Non sperare dalla vita, per non rischiarla; considerarsi morto, per non morire. A un tratto tutto questo mi è sembrato un letargo spaventoso, allarmante; voglio che finisca». Queste parole di Adolfo Bioy Casares, celebre scrittore e poeta argentino, descrivono bene le sensazioni che molti di noi hanno provato durante l’epidemia di Coronavirus, che tuttora imperversa nel mondo. Il «letargo» della reclusione, che per molti è stato funestato da lutti e dolore, sembrava doverci portare via uno dei doni maggiori dell’essere umano, la speranza: di amare, di passeggiare, di respirare. Di vivere. «Voglio che finisca»: ce lo siamo ripetuti tutti, sempre, ogni istante; e adesso, che a quell’augurio ci siamo più vicini, scopriamo che le piccole cose quotidiane non erano poi così male. La grande noia del mondo, che soprattutto nell’adolescenza ci trasciniamo dentro come rivolta disperata alla gabbia della società, è pur sempre qualcosa, di fronte all’inferno che abbiamo vissuto negli ultimi mesi. Del resto, scriveva Archibald Joseph Cronin, «L’inferno è lo stato di chi ha cessato di sperare». Vivere è sperare: ciò che ci sembrava negato, rinasce come la fenice dalle proprie ceneri. È un tesoro prezioso: non dimentichiamocene.

Piccole e grandi speranze: non è troppo tardi per cambiare il mondo. Prima che il virus monopolizzasse il dibattitto pubblico, grandi questioni animavano le nostre coscienze. Il cambiamento climatico, le disuguaglianze, le questioni di genere: un passato che sembra troppo vincolante e un futuro ideale che sembra troppo irraggiungibile. Basta vedere che cosa sta accadendo negli Usa, in questi giorni, dopo l’orrendo omicidio di George Floyd, per farci capire che la speranza di un mondo migliore, più equo e più giusto, non può scomparire, ma deve essere nutrita, sostenuta, abbracciata e voluta. Benché, nello scontro in atto nel nostro presente tra passato e futuro, anche le speranze sembrino macchiate da tante violenze e contraddizioni. Nei viaggi verso orizzonti inesplorati, spesso la bussola appare difettosa, e il nostro errare insensato e disperato.

Proprio su queste tematiche si incentra il secondo numero dell’Hodierno, la rivista digitale dell’Istituto scolastico italiano di Tunisi «Giovan Battista Hodierna». Tra ieri e oggi: in un mondo che cambia, gli allievi del liceo si sono scontrati con le grandi questioni del nostro tempo, facendo emergere la loro voce, i desideri, le speranze. Coscienze e spiriti di cui spesso i più grandi non si accorgono, ma che vivono e ricordano a tutti che le cose possono cambiare, che «voglio che finisca» non è solo retorica.

In Che ne pensi?, Sarra Cherif espone in maniera critica la storia del patriarcato, augurandosi il raggiungimento necessario della parità di diritti tra uomo e donna (Il matriarcato al posto del patriarcato?). Alessia Cinieri descrive con dovizia di particolari l’ascesa delle donne in politica e i risultati raggiunti da esse (e dalla loro speranza) nel campo dei diritti della donna (Le donne che lottano). Sara Chaabani, invece, riflette in modo molto accurato sul problema della legalizzazione delle sostanze stupefacenti, proponendo infine una sua soluzione (Legalizzazione: è un crimine o un diritto?).

Nella rubrica Dal nostro mondo trova spazio l’articolo di Giulia Bianchi, che con profonda ispirazione ci ricorda che la libertà di amare chi si vuole, a prescindere dalle barriere di genere, è un diritto che non dovremmo considerare un semplice vezzo o una moda dei tempi (Dov’è la libertà di amare chi si vuole?).

In Fuori di qui, Claudio Papetti descrive uno dei mali tipici del nostro tempo, la depressione, e come su essa influiscano l’abuso di sostanze di ogni tipo, che, sebbene talvolta necessarie, risultano piuttosto un impedimento al superamento cosciente delle problematiche personali (La depressione, malattia del secolo?). Ma il mondo che cambia è anche sviluppo e progresso tecnologico: Matteo Lorenzini, giovane esperto di aviazione, ci descrive in modo vivido le caratteristiche de Il nuovo Boeing 777X, quando l’uomo incontra la natura.

La nostra Terza pagina è altrettanto variegata. Sarra Cherif si cimenta in un inedito paragone tra Fabrizio De André e il trapper Massimo Pericolo, riscontrando in entrambi la medesima rabbia e protesta nei confronti del sistema, espresso in forme musicali all’apparenza inconciliabili (Il secondo dopoguerra e il XXI secolo: un confronto musicale). Michele Burattin, con acume e ironia, riflette sul rapporto tra social networks e democrazia, dimostrando l’importanza dei memes nella vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016 (Come i meme possono farti vincere le elezioni). Claudio Papetti e Flavio Perrotta ci parlano invece di due serie televisive in onda su una nota piattaforma streaming, che affrontano tematiche serie in maniera irriverente ma capace di coinvolgerci e porci domande su noi stessi (Bojack Horseman e i disagi dell’uomo contemporaneo e Sex Education, la serie che parla ai giovani nel linguaggio dei giovani).

Largo ai racconti. In Se chiudo gli occhi, Rayen Lefrini narra la storia di un giovane studente universitario che si ritrova nel passato vichingo, alle prese con invasioni zombie e pestilenze (Il viaggio nel passato). Omar Bouchoucha ci delizia invece con una storia paradossale, che ci angoscia riga dopo riga (La lettera del padre).

Buona esplorazione!

Il direttore,
prof. Federico Tanaglia.

Collaboratore
Comments to: In questo numero

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.