Michael era un ragazzo molto introverso: era davvero ossessionato dai social network e non poteva farne senza nemmeno un minuto, nemmeno a lavoro. Lavorava su un peschereccio: era l’incaricato dello scarico dei pesci pescati. Un giorno, Nelson, un suo caro amico e collega, addetto alla pulizia del peschereccio, lo chiamò e gli disse che era stato convocato in servizio verso l’oceano Atlantico, siccome era stato da poco scoperto un nuovo tipo di pesce, che fino ad allora non era mai stato pescato. Michael esitò a rispondere: non era sicuro di voler partire. Passò qualche secondo, poi, al telefono, Nelson gli disse che avrebbe guadagnato quattromila euro, una cifra spropositata per un pescatore. Michael, ignaro del pericolo, a quel punto accettò ben volentieri.

Arrivò il giorno della partenza, e tutti erano felici per la spedizione. Michael, invece, sebbene avesse accettato, era dispiaciuto di dover lasciare il suo telefono a casa da solo.  Partirono. Lui portò le sue valigie nella stiva, dove poi avrebbe dormito. Passarono le ore e finalmente era ora di cena. Michael non vedeva l’ora di mangiare, anche perché nella stiva non c’era niente da sgranocchiare.

Mentre mangiavano si sentì un frastuono spaventoso. Uscirono tutti, tranne lui, che continuava a mangiare tutto quello che trovava sulla tavola. Dopo essersi riempito la pancia, uscì. Tutto l’equipaggio era in preda al panico: chi correva da una parte, chi dall’altra, chi gridava ordini, chi cadeva dal peschereccio, affogando. Solo Michael stava immobile, non capendo bene la situazione. Cadde un fulmine e Michael fece un salto in aria. La nave iniziò a prendere fuoco, lentamente inabissandosi. I sopravvissuti, compreso Michael, presero le scialuppe e si allontanarono dal relitto. Ma il mare inghiotti anche il resto dell’equipaggio: soltanto Michael riuscì a sopravvivere.

Dopo quella terribile nottata, giunto il giorno si risvegliò sulla riva di un’isola dispersa nell’oceano Atlantico. Impaurito dalla tragedia, iniziò a piangere, ma subito venne interrotto da un ruggito proveniente dalla foresta alle sue spalle. Si fece coraggio e si addentrò alla ricerca di cibo. Il ruggito risuonò di nuovo, ma lui non lo sentì: aveva finalmente trovato un albero di banane e lo fissava, non sapendo come salirci sopra e arrivare a cogliere il delizioso frutto. Gli venne l’idea di cercare su Google «come prendere una banana dall’albero», ma si ricordò di aver lasciato il telefono a casa. Allora riprese a piangere, fino a quando una banana cadde dall’albero.

Inizialmente rimase stupito, ma ad un certo punto iniziarono a cadere una ad una e la terra iniziò a tremare. Michael alzò gli occhi e vide un vulcano enorme, evidentemente ancora attivo. In un primo tempo non seppe che cosa fare, ma quando vide che dall’enorme montagna iniziavano a volare nell’aria enormi blocchi rocciosi, iniziò a correre, in preda al panico.

Di nuovo sentì un ruggito, più vicino di prima. Non sapeva cosa fare, la situazione lo terrorizzava, non era più in lui. Nella corsa trovò un riparo dalla notte e dal vulcano che, per fortuna, non aveva rilasciato magma, ma sole le pietre. Michael cercò di accendere un fuoco perché, ormai sera, faceva molto freddo. Provò a seguire i tutorial che aveva visto a casa prima del naufragio. Ma la sua praticità era sottozero, e non riuscì ad accenderlo: per poco, quella notte, non morì di freddo.

Il mattino seguente cercò altro cibo, sentì il di nuovo il ruggito e di nuovo risciò di congelare. Passò così circa un mese, fino a quando, un giorno, non sentì un rumore assordante provenire dal cielo. Si affrettò a scrivere SOS sulla sabbia cocente. Fortunatamente, venne visto dall’elicottero che produceva il rumore, e portato in salvo.

Da quel momento, Michael capì che non è l’uso del telefono ad essere sbagliato, bensì il suo abuso: una grande invenzione che può risolvere molti problemi, non certo qualcosa a cui stare attaccati giorno e notte per un semplice desiderio di pigrizia.

Karim Trabelsi, I L

Collaboratore
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