«Cyberbullismo. Bullismo virtuale, compiuto mediante la rete telematica». Come dimostra la definizione che del termine dà il sito dell’Enciclopedia Treccani, il cyberbullismo costituisce una forma di odio e violenza moderna rispetto al bullismo. Sebbene si verifichino da sempre casi di comportamento violento e aggressivo contro individui considerati più deboli, nel mondo odierno le modalità con cui si esercita l’oppressione nei confronti di persone inermi (o ritenute tali) si sono profondamente trasformate.

Il 34% dei casi di bullismo avviene oggi on line, e prende appunto il nome di cyberbullismo, una pratica che consiste nel far circolare in rete (attraverso i social oppure altri canali) foto o video imbarazzanti o compromettenti senza che il soggetto ne autorizzasse la diffusione, oppure nell’inviare mail o messaggi contenenti materiale offensivo. Questo costituisce evidentemente un danno psicologico. Secondo un’indagine conoscitiva su bullismo e cyberbullismo, è emerso che nel 2018, in Italia, il cyberbullismo ha colpito il 22,2% delle vittime totali di bullismo. Nel 5,9% dei casi, si è trattato di azioni ripetute.

La frequenza con cui gli adolescenti utilizzano il cellulare e internet in generale li espongono maggiormente ai rischi della rete. Questo colpisce particolarmente la popolazione femminile. Tra le ragazze di età compresa tra 11 e 17 anni, infatti, si registra una quota più elevata di vittime: il 7,1% delle ragazze che si connettono alla rete sono oggetto di continue oppressioni, contro il 4,6% dei ragazzi. Il rischio risulta ancora maggiore per gli utenti di età ancora inferiore, spesso nemmeno adolescenti. Circa il 7% dei bambini tra 11 e 13 anni è risultato vittima di cyberbullismo una o più volte al mese; la quota è invece inferiore tra i ragazzi da 14 a 17 anni. Sia il bullismo che il cyberbullismo, poi, tendono spesso a colpire gli stessi ragazzi: di coloro che hanno confessato di aver subito ripetutamente (una o più volte al mese) azioni offensive attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, ben l’88% ha dichiarato di aver subito altrettante aggressioni anche in altri contesti quotidiani.

Più tempo passa, più tale fenomeno aumenta, e le sue conseguenze appaiono sempre più dannose. Per contrastare queste pratiche, è necessario che intervengano attivamente e concordemente sia la scuola sia la famiglia: come per tante altre occasioni, in questi casi risulta ancora più indispensabile la collaborazione tra genitori e insegnanti. Se un genitore ha il sospetto che il figlio sia vittima o autore di episodi di bullismo, ha il dovere di parlarne e confrontarsi con gli insegnanti; al contrario, se è un insegnante ad accorgersi di atti di bullismo, costui non può esimersi dal convocare i genitori, sia del bullo che della vittima. La scuola è infatti il primo luogo di relazioni sociali tra i ragazzi e ha la responsabilità di trasmettere quei valori che possano aiutare a prevenire tutte le forme di bullismo, non solo la sua faccia virtuale.

Claudio Papetti, I L

Collaboratore
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