1. Sermo et humanitas

Cos’è un linguaggio inclusivo?

Un linguaggio inclusivo è uno stile linguistico che evita sessismi inopportuni e che predilige forme grammaticali che non escludano a priori lettori e interlocutori. Uno dei temi caldi a riguardo si incentra sull’uso delle forme femminili per indicare alcune categorie lavorative: in Italia c’è ancora chi si oppone all’uso di forme come “ministra”, “sindaca”, “rettrice”, etc.; altro tema di dibattito è la possibilità di introdurre e/o incentivare l’uso di pronomi “neutri” cui ricorrere quando non si conosce il genere degli interlocutori e delle interlocutrici.

Sull’opportunità di rendere le lingue più inclusive in generale si dibatte da decenni a livello internazionale; limitandoci qui ai contributi degli ultimi anni, possiamo soffermarci su alcune soluzioni interessanti: i parlanti inglesi, per esempio, hanno “reinventato” i pronomi they e them nella funzione di indicatori neutri in aggiunta ai pronomi di genere maschile e femminile; così si può evitare ogni stereotipo di genere nei confronti delle persone cui si fa riferimento nel discorso. Per esempio se dovessi invitare a cena un amico di cui non conosco l’orientamento sessuale e dovessi chiedergli di portare la persona con cui ha una relazione, invece di dire: “bring your Girlfriend, I would love to meet her“,  utilizzerei un linguaggio gender-neutral: “bring your partner, I would love to meet them“.

Quest’uso del pronome them al singolare potrebbe sembrare moderno, ma in realtà è attestato per la prima volta in un romanzo del 1375, “William and the Werewolf”, dove viene utilizzato in riferimento a una persona ignota.

Nella lingua inglese è più facile riuscire ad avere un linguaggio gender-neutral grazie alla proprietà isolante della lingua che ha la tendenza di non flettere aggettivi e sostantivi al genere; ciò non avviene nella lingua italiana, che invece ha la necessità di accordare aggettivi e sostantivi al genere per costruire un discorso ben formato. Questo limite apparente, però, non deve avallare un uso sessista della lingua e dovrebbe invece portare a una selezione di parole universali da inserire all’interno di un discorso diretto a qualsiasi persona. Ecco alcuni esempi: la dicitura “Diritti dell’uomo” si può sostituire con “diritti umani” oppure al posto di “uomo primitivo” si potrebbe dire “le popolazioni primitive” e così via. Una semplice scelta più attenta delle parole può già rendere il nostro discorso più inclusivo. Ci sono tuttavia questioni più spinose da affrontare, che riguardano un aspetto della lingua italiana che per molti costituisce un tempio intoccabile e sacro: la grammatica!

Da anni la comunità LGBTQ+ cerca di trovare delle soluzioni per accordare sostantivi e aggettivi in modo Genderneutral; una delle possibili soluzioni è quella di inserire l’asterisco alla fine delle parole per indicare ogni possibilità di flessione di genere (ad es.: car* amic*); un’alternativa sarebbe la flessione in -u (“caru amicu“), oppure ancora la sociolinguista Vera Gheno suggerisce l’uso dello schwa –> ə, un simbolo usato in fonetica a indicare una vocale intermedia (per intenderci cf. il napoletano /Nàpulə/).

Ma quanto sono pratici questi nuovi simboli?? 

L’uso dell’asterisco è pratico nello scritto ma si trasforma in un problema all’orale essendo impronunciabile. La flessione in “u” sembra quasi una scimmiottatura caricaturale dell’accento sardo, ma è anche un’espressione marcata perché nella lingua italiana le parole che finiscono in “o” (eccezione fatta per le parole accentate ) sono pronunciate con la “o” chiusa che assomiglia tanto alla “u” e quindi poi non si ha una vera praticità della flessione. La schwa dal canto suo ha un impatto visivo positivo, ma nel parlato rischia di ricadere nella stessa ambiguità della flessione in “-u”. 

Insomma: non si è ancora arrivati a una vera e propria conclusione e il dibattito è ancora fervido e apertissimo: fate le vostre proposte!

Collaboratore
Comments to: Cos’è un linguaggio inclusivo?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.